EL ALAMEIN E LA GRANDE STORIA Qui non ci si annoia mai, l'agenda quotidiana è fitta di impegni continui. Non c’è nemmeno il tempo di conoscere le bellezze e le offerte del villaggio che Ugo chiama a raccolta. Cominciano le uscite, io fotografo, ma non prendo appunti e quello che leggerete di seguito non è un diario scandito da avvenimenti in successione cronologica, ma un mosaico di notizie, di impressioni, di emozioni che ho messo per iscritto dopo alcuni giorni dal rientro in Italia. La prima meta “storica” del nostro viaggio è il Museo di El Alamein. Lungo il percorso di avvicinamento una forte emozione per la comitiva e per Lamberto: un'iscrizione, fatta dai bersaglieri del 7º Reggimento il 1º luglio 1942 su un cippo-monumento ai margini della strada litoranea a 111 chilometri da Alessandria d'Egitto, riporta una frase divenuta proverbiale a ricordo del punto di massima penetrazione in Egitto delle forze italo-tedesche e del valore di migliaia di italiani caduti in una guerra spesso condotta senza gli adeguati mezzi, ma con tanto coraggio: «Mancò la fortuna, non il valore». Un pensiero e una preghiera, prima della foto di gruppo. Pochi minuti e siamo al "Military War Museum" realizzato dal governo egiziano e nelle cui sale sono conservati materiali, cimeli e divise della battaglia e di tutti gli schieramenti, un insieme di sale tematiche dedicate ai vari Paesi belligeranti. Alcune sale riguardano le recenti guerre tra Egitto ed Israele. Intorno al museo un’interessante raccolta di relitti di corazzati, automezzi ed artiglierie italiani, inglesi e tedeschi. E' un'immersione nella storia che continua con il tour dei sacrari. Il primo è quello, austero e monumentale, che custodisce i caduti del "Deutsche Afrika Korps", i soldati di Rommel che combatterono al fianco delle truppe italiane. Il Sacrario si erge su una quota vicina alla costa e la sua forma ricorda una grossa fortezza, una fortezza di mattoni che raccoglie le spoglie mortali di oltre 4000 caduti. Su ogni parete vi sono grandi lastre metalliche con incisi tutti i nomi dei soldati identificati e tanti sarcofaghi quante sono le regioni tedesche di provenienza dei caduti; al centro un grosso obelisco che punta verso il cielo di El Alamein. Qualche minuto di silenzio, gli onori militari e la deposizione di una corona d’alloro di Memores in ricordo di questi caduti e di tutti quelli che non sono mai stati trovati, perchè inghiottiti dalle sabbie del deserto. Il viaggio nella memoria, e per "John" della memoria e del cuore, trova il suo culmine davanti al sacrario italiano e l'emozione cresce man mano che, sotto il sole che rende più eterea la sagoma del monumento, ci avviciniamo all'ingresso.E' un vero e proprio percorso alla ricerca della nostra storia e dei nostri caduti. Sessantasette anni fa in questo stesso luogo, El Alamein, tanti nostri soldati e non solo, morivano sulla terra e sulla sabbia che stiamo calpestando. Il Sacrario dista dall’ingresso circa 500 metri in leggera salita; ai bordi dello sterrato ci sono i cippi che ricordano le sfortunate e decimate divisioni impegnate su questo fronte: Trento, Bologna, Brescia, Folgore, Pavia, Ariete, Littorio, Giovani Fascisti..., una lunga e dolorosa teoria. Sulla sinistra si erge Quota 33, dove si è sacrificato il 52° Gruppo Cannoni da 152/37 (10 luglio 1942), un'altra pagina di eroismo dei soldati italiani. Fa caldo, il vento dal mare soffia forte, si sentono rumori di auto che passano sulla litoranea, qualche voce. Lamberto procede piano, cammina fianco a fianco con Paolo Leonardi che gli porge il braccio, ad ogni cippo un sospiro, una sosta deferente davanti a quello che porta il nome della sua divisione, la Littorio, una fitta al petto e un pensiero ai commilitoni che non ci sono più. Poi si riprende a salire. Giungiamo alla breve scalinata che conduce all’ingresso... ci si fa incontro il guardiano egiziano, Rasoul, l’ultimo beduino che con Paolo Caccia Dominioni, progettista e vero padre del Sacrario, si prodigò per il recupero delle salme. All'interno la sala è ampia e luminosa, impossibile comunque non provare cristiana pietà e commozione di fronte a lunghe file di loculi con i nomi dei caduti e tanti con un’unica parola, "ignoto". Mentre ci prepariamo a rendere omaggio agli eroi di El Alamein Lamberto si siede a fianco dell'altare con la testa fra le mani. E' commosso, ha un nodo alla gola, preferisce non parlare e affida alla nipote Beatrice i ricordi, le emozioni, ma, soprattutto,  una preghiera per quanti (4800) qui riposano e per coloro (38.000) che il mare e il deserto non hanno restituito e per i caduti di tutte le guerre. Per loro il silenzio, gli onori del picchetto e una corona d'alloro. Suscita commozione e fa scendere qualche lacrima la lettura di due poesie del roveretano Pierino Pedrai, reduce di El Alamein, deceduto qualche anno fa, la prima scritta al fronte nel 1942 con un pensiero alla Campana dei Caduti e l'altra composta nel 1992 dopo un viaggio della memoria (a 50 anni dai fatti d'arme) nel deserto d'Egitto. Fuori qualcuno si china, raccoglie qualche pugno di sabbia e riempie un barattolo che metterà in valigia per portarsi a casa un pezzo di El Alamein. Prima di rientrare al villaggio una puntata in paese con visita (che ripeteremo qualche giorno dopo per recuperare una vecchia lanterna da ferroviere rimasta sul tetto) alla piccola stazione ferroviaria, tante volte ammirata sui testi di storia e oggi in stato di degrado, un rudere circondato da sporcizia e confusione, purtroppo elementi costanti in questa - e non solo - parte d’Egitto. Nel ricordo di tutti i morti in guerra non poteva mancare, qualche giorno dopo, la visita al verdissimo e curatissimo Cimitero del Commonwealth, con le tombe dei soldati dai vari paesi che hanno combattuto sul fronte britannico. Vi sono monumenti che commemorano le forze australiane, sudafricane, greche e della Nuova Zelanda. Il cimitero del Commonwealth, come molti altri simili cimiteri, consiste in file parallele di lapidi, ciascuna con inciso l'emblema dell'unità del soldato defunto, il suo nome e un epitaffio. Fra i tantissimi soldati che ad El Alamein hanno scritto pagine di eroismo c'è anche un ufficiale dell'Aviazione tedesca. Il capitano Marseille, l'asso ribelle chiamato la "Stella dell'Africa", con il suo Bf 109 F- 4 gelbe 14 (l'inconfondibile "14 giallo") ben dipinto sulla carlinga era diventato il terrore dell'aviazione inglese per le sue memorabili imprese nei cieli d'Europa e d'Africa. Una figura leggendaria, un pilota pluridecorato, che muore, al rientro da un'ennesima missione vittoriosa, per un guasto all'areo che perde quota con il motore in fiamme. Marseille rovescia l'areo, apre il tettuccio e si lancia, ma il paracadute non si apre e il pilota muore nel violento impatto con il deserto. La stella, che ha brillato per circa due anni nel cielo africano, dopo innumerevoli rischi superati nelle centocinquantotto vittorie, conclude, per ironia della sorte, la sua vita con un banale incidente di volo all'età di soli ventitre anni. Subito dopo la guerra, nel dederto a Sidi Abdel El Rahman, sul luogo che ricorda il suo sacrificio, a gloria del pilota e asso tedesco, è stato dedicato un monumento, restaurato nel 1989. Lo abbiamo visitato in una mattinata uggiosa, sotto una leggera pioggia. Sulla scritta si legge in tedesco, arabo e italiano: "Qui morì, invitto, il Capitano Hans Joachim Marseille, il 30 settembre 1942". Si tratta di una suggestiva costruzione piramidale a base quadra in pietra locale inscritta in un perimetro di ciottoli, eretta dai soldati italiani di stanza nel deserto: intorno qualche piccolo rottame ferroso.