LA MOSTRA SULLA BATTAGLIA DELL’ORTIGARA E IL RICORDO DI “NONNO BEPE” di Roberto Mantiero L’anno scorso si sono celebrati i 90 anni della più sanguinosa battaglia che l’Altopiano di Asiago abbia conosciuto, la battaglia dell’Ortigara (quota 2105), conosciuta anche con il nome “di Calvario degli alpini”. Furono circa 28.000 le perdite italiane tra morti, feriti e dispersi, e ben 12.633 erano alpini, mentre ammontarono a circa 9.000 i caduti austroungarici. Il sacrificio di tante vite venne riconosciuto dalla legge n. 534 del 26/07/1967 che fece divenire quelle rocce “Zona Monumentale”. In tutti i paesi del Vicentino si è scelto di ricordare quel sacrificio, con varie iniziative e non da meno è stata la nostra Associazione, che ha voluto commemorare l’anniversario con la collaborazione dell’Associazione Memores di Ala (TN) e il Museo delle Armi di Montecchio Maggiore (VI) allestendo una mostra presso la Caserma Cella sita a Schio in via Rovereto, dove si trova la sede associativa. La mostra è stata intitolata alla memoria del tenente Adolfo Ferrero. Il tenente Ferrero, torinese, aveva all’epoca vent’anni e apparteneva al 3° Rgt. alpini nel Btg. “Val Dora”. Decorato con Medaglia D’Argento al Valor Militare, laureato ad honorem in lettere e filosofia, trovò morte eroica il 19 giugno 1917. Le sue spoglie ora riposano nel Sacrario Militare di Asiago. Poche ore prima della battaglia, come avesse avuto un presentimento, il giovane ufficiale scrisse una lettera-testamento ai suoi famigliari. Quella lettera non arrivò mai a destinazione: fu rinvenuta a distanza di 40 anni, in perfetto stato di conservazione, con ancora evidenti tracce di sangue, durante il recupero di una salma di un soldato italiano (forse il suo attendente) sull’Ortigara. La lettera, scritta alle ore 24 del 18.06.1917, esprime la consapevolezza della morte vicina e la paura di essere dimenticato: Cari Genitori, scrivo questo foglio nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo pervenire. Non ne posso però fare a meno: il pericolo è grave, imminente. Avrei un rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà, per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che io odio la retorica… no, no, non è retorica quello che sto facendo. Sento in me la vita che reclama la sua parte di sole, sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa, ma orrenda… fra cinque ore qui sarà un inferno. Tremerà la terra, s’oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa, e rombi, e tuoni e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in quest’istante medesimo odo in lontananza. Il cielo si è fatto nuvoloso: piove. Vorrei dirvi tante cose… tante… ma voi ve l’immaginate. Vi amo. Vi amo tutti. Darei un tesoro per potervi rivedere… ma non posso… Il mio cieco destino non vuole. Penso, in queste ultime ore di calma apparente, a te Papà, a te Mamma, che occupate il primo posto nel mio cuore, a te Beppe, fanciullo innocente, a te Adelina… addio… che vi debbo dire? Mi manca la parola; un cozzare di idee, una ridda di lieti, tristi fantasie, un presentimento atroce mi tolgono l’espressione… No, no, non è paura. Io non ho paura! Mi sento ora commosso pensando a voi, a quanto lascio; ma so dimostrarmi forte d’innanzi ai miei soldati, calmo e sorridente. Del resto, anche essi hanno un morale elevatissimo. Quando riceverete questo scritto fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete e siate forti, come avrò saputo esserlo io. Un figlio morto per la Patria non è mai morto. Il mio nome resti scolpito indelebilmente nell’animo dei miei fratelli. Il mio abito militare, la mia pistola (se vi verrà recapitata) gelosamente conservati siano testimonianza della mia fine gloriosa. E se per ventura mi sarò guadagnata un medaglia, resti quella a Giuseppe… O Genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando saranno in grado di capirvi, ai miei fratellini, di me morto a vent’anni per la Patria. Parlate loro di me, sforzatevi a risvegliare in loro il ricordo di me… M’è doloroso il pensiero di venire dimenticato da essi… Fra dieci, venti anni forse non sapranno nemmeno più di avermi avuto fratello… A voi poi mi rivolgo. Perdono, perdono vi chiedo, se v’ò fatto soffrire, se v’ò dati dispiaceri. Credetelo, non fu per malizia, se la mia inesperta giovinezza vi ha fatti sopportare degli affanni, vi prego volermene perdonare. Spoglio di questa vita terrena, andrò a godere di quel bene che credo essermi meritato. A voi babbo e mamma un bacio, un bacio solo che vi dica tutto il mio affetto. A Beppe, a Nina un altro. Avrei un monito: ricordatevi di vostro fratello. Sacra è la religione dei morti, siate buoni. Il mio spirito sarà con voi sempre. A voi lascio ogni mia sostanza. È poca cosa. Voglio però che sia da voi gelosamente conservata. A mamma, a papà lascio… il mio affetto immenso. È il ricordo più stimabile che posso loro lasciare. Alla mia zia Eugenia il Crocifisso d’Argento, al mio zio Giulio la mia Madonnina d’oro. La porterà certamente. La mia divisa a Beppe, come le mie armi e le mie robe. Il portafoglio (l. 100) lo lascio all’attendente. Vi bacio. Un bacio ardente di affetto dal vostro Aff.mo Adolfo. Saluti a zia Amalia e Adele e ai parenti tutti. Ispirata a questa lettera, la mostra si snodava attraverso tre percorsi basilari: la guerra, il dopoguerra e i giorni nostri. Il primo percorso era sviluppato soprattutto attraverso una serie di foto d’epoca: quelle conservate nell’archivio fotografico del Museo della Guerra di Rovereto e quelle inedite concesse dall’Associazione Memores di Ala che raffigurano ufficiali del Battaglione alpino “Valtellina”, scattate a suo tempo dal colonnello Pio Salerio (nato a Firenze il 2 maggio 1893 e decorato nella battaglia dell’Ortigara con la Medaglia d’Argento al Valor Militare). Il secondo percorso si snodava anch’esso attraverso immagini: alcune relative alle prime adunate degli alpini negli anni Venti, fornite dall’archivio centrale della ANA di Milano, altre concesse dal colonnello degli alpini Giuseppe Magrin, scattate durante le sue gite come guida con gruppi di studenti. Il terzo percorso era formato prevalentemente da materiali fotografici forniti dal dott. Mauro Passarin, curatore del Museo del Risorgimento di Vicenza. Queste mostravano il restauro e la messa in opera delle postazioni dell’Ortigara, Cima Caldiera, Monte Campanile e Monte Lozze. Il recupero di questi luoghi è avvenuto grazie alla Legge 78 del 2001. Lo scopo è quello di creare non solo un itinerario turistico, ma anche un percorso didattico culturale, tenendo viva la memoria storica, al fine di dare vita ad un Ecomuseo. A completamento del percorso fotografico era stata allestita un’esposizione di materiale inerente la vita quotidiana del soldato e le armi di difesa e d’attacco in dotazione ai reparti, concesse dal Museo delle Forze Armate, Armi ed Equipaggiamenti di Montecchio Maggiore, insieme ad una tenda campale dell’Esercito Italiano negli anni Sessanta. Proprio la tenda, montata all’esterno del piazzale d’armi della Caserma Cella, sede della nostra Associazione, è servita per costruire una postazione di mitragliatrice austriaca. Sul lato destro della stessa vi era stata posizionata una gigantografia della lettera del tenente degli alpini Adolfo Ferrero, come stimolo per il visitatore nel comprendere i tre percorsi fotografici. La mostra ha avuto un certo successo di pubblico, ed è stato chiesto di poterla ripresentare altrove. Ad esempio il presidente dell’Associazione Nazionale Alpini di Sasso (VI), Guido Baù, ha voluto che una parte fosse esposta nel piccolo museo locale. Dal punto di vista personale dello scrivente, inoltre, è servita a rendere omaggio al “nonno Bepe” - alpino Giuseppe Borgo di Villaverla - che aveva vissuto sulla propria pelle quei giorni drammatici di guerra. L’incontro con “nonno Bepe” e i suoi racconti sull’Ortigara La prima volta che sentii parlare dell’Ortigara avevo sette anni. Mio fratello maggiore aveva l’abitudine di portarmi con sé quando andava a trovare un suo amico che abitava in una fattoria in centro a Villaverla. Lì, nel cortile, si radunavano alcuni vecchietti che trascorrevano il tempo raccontandosi gli episodi più cruenti e indimenticati della guerra a cui avevano partecipato, la Grande Guerra. Tra loro uno in particolare, Giuseppe Borgo, detto Bepe, attirava la mia attenzione. Dopo qualche tempo divenni uno spettatore fisso dei loro racconti; per loro ero infatti il “bocia” e loro per me i “veci”, e Bepe era quello più paziente, pronto a rispondere ai miei numerosissimi “perché?” e sempre disponibile a ripetermi all’infinito quello che diventò il classico dei suoi racconti, il più triste e commovente: la battaglia dell’Ortigara. Ogni volta nonno Bepe mi raccontava che durante uno dei tanti assalti alla quota 2105 un suo amico della provincia di Brescia, veterano anche lui del Battaglione “Sette Comuni”, fu ferito mortalmente. Con questo ragazzo si erano fatti una promessa: qualunque cosa fosse successa a uno di loro due, l’altro doveva cercare di riportare a casa almeno il corpo del compagno. Ma quel giorno l’alpino Bepe era stato costretto a lasciarlo nel pozzetto dei feriti a quota 2063, vicino a un piccolo alberello morto, per continuare l’attacco contro la postazione della mitragliatrice nemica che fino a quel momento aveva ucciso molti alpini. «La go fata tacer». Con questa frase e con gli occhi umidi “nonno Bepe” terminava il suo racconto di quell’ assalto. Però negli anni seguenti e fino alla sua scomparsa, ogni volta che sentiva di qualcuno che si doveva recare sull’Ortigara, “nonno Bepe” gli chiedeva di recitare una preghiera per ricordare quel commilitone verso il quale non aveva potuto mantenere la promessa. Anche per me è diventato ormai un rito recitare una preghiera per quel ragazzo, e intanto mi immagino “nonno Bepe” ormai riunito con i suoi commilitoni e compagni che continua a raccontare le sue storie di guerra. Il figlio di Giuseppe, Aldo, grazie soprattutto ai ricordi che aveva delle storie del papà, riuscì a ricostruirne la storia militare. Il 5 ottobre 1970, alla presenza dell’Ufficiale anagrafico Gaetano Fracasso dell’Ufficio anagrafe di Villaverla (VI), venne stilato un resoconto accurato dei suoi anni di guerra, i quali, previo accertamento da parte del Ministero della Difesa, vennero successivamente inseriti nel proprio foglio matricolare. Tale ricerca fu resa necessaria in quanto il vecchio alpino risultava deceduto il 27 giugno 1910 per un errore di trascrizione nel foglio matricolare. Giuseppe Borgo, nato a Zugliano il 12.02.1887, fu chiamato alla leva con la classe 1887 con estrazione n. 254 del Comune di Zugliano. Venne posto in congedo illimitato il 27.05.1907. Nel 1910 nel suo foglio matricolare viene riportata la seguente frase: «Deceduto il 27 Giugno 1910». Ma le stranezze non finiscono qui: infatti, pur essendo morto, allo scoppio del conflitto venne richiamato in armi con la mobilitazione del Regio Decreto del 22.05.1915 e giunse in territorio di guerra con il 6° Reggimento alpini, Battaglione “Bergamo”, il 14 novembre 1915. All’epoca aveva 28 anni, era sposato e padre di tre figli. Dal Btg. “Bergamo” passò poi al Btg. “Sette Comuni”, che in quel periodo era ancora in fase di formazione. Venne mandato alla 144ª Compagnia tra l’inverno del 1915 e la primavera 1916; al suo reparto furono assegnati compiti di rifornimento per l’Altopiano di Asiago. Il Btg. “Sette Comuni” venne completato apperna pochi giorni prima della grande controffensiva austroungarica della primavera del ’16. Risultava cosi composto: 33 ufficiali, 1190 tra alpini e graduati, 88 tra muli e cavalli. I comandanti erano: maggiore Ettore Milanesio comandante del Battaglione; capitano Jefte Setti comandante della 145ª Cp.; capitano Umberto Fabbri comandante della 144ª Cp. Successivamente vi sarà una terza Compagnia, la 94ª, comandata negli ultimi giorni della battaglia dell’Ortigara dal tenente Giovanni Cecchin, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il periodo che si snodò dal 15 aprile ai primi di giugno del 1916 segnò l’inizio di una lunga serie di atti eroici e sacrifici per il Btg. “Sette Comuni”, e l’alpino Giuseppe Borgo ne fu protagonista fino al termine della guerra. Il calvario di “Bepe” incominciò nel maggio del 1916 sul fronte dell’Isonzo, quando vide i primi suoi compagni d’armi morire a causa dei colpi d’artiglieria del Forte austriaco Jaworcek, durante una marcia notturna per dare il cambio al Btg. “Bassano” ormai stremato. Poi sulla vetta del Cukla il Btg. “Sette Comuni”, ed in particolare la 144ª Compagnia, furono chiamati a respingere violenti attacchi austriaci che dal Monte Rombon volevano assolutamente riprendere la vetta del Cukla. Il valore dimostrati fece guadagnare al Btg. “Sette Comuni” un encomio da parte del Comando Generale del IV Corpo d’Armata. Poi, a causa dell’offensiva austriaca di primavera (o offensiva di maggio), comunemente ricordata con il nome di “Strafexpedition”, la 3ª e 11ª Armata guidate dall’Arciduca Eugenio, superiori in mezzi e uomini, travolsero la 1ªArmata guidata dal generale Pecori Giraldi. A causa di questo sfondamento le perdite italiane furono ingenti. Il Comando Generale invio l’ordine perentorio ed immediato al Btg. “Bassano” e al Btg. “Sette Comuni” di ripiegare in fretta per difendere la linea degli altipiani, nel Vicentino. Nella notte dell’8 giugno il Btg. “Sette Comuni” arrivò con gli autocarri a Enego riposando in Val Zante. Tra il 15 e 16 giugno riprese la marcia e, una volta attraversato il Passo Lupo, si portò a Malga Giogomalo, unendosi al Gruppo alpini al comando del colonnello Stringa. Dal Comando Generale arrivo l’ordine di conquistare la vicina Cima Isidoro. La 144ª Compagnia tentò la conquista di Cima Castelloni di San Marco, mentre la 94ª e la 145ª su quota 1720 e nel Fontanello distrassero con azioni di disturbo gli austriaci. La 144ª dell’alpino Giuseppe arrivò sulla sommità e riuscì a fare proprio un bottino di cinque mitragliatrici Schwarzlose e due piccoli obici. Qui arrivarono per gli ufficiali del reparto. le prime medaglie d’Argento al Valore, una di queste andò al sottotenente Giovanni Cecchini. Il giorno successivo, incitata dal sottotenente Giovanni Fincato di Enego, la Compagnia 144ª di “Bepe” conquistò Cima Isidoro (quota 1914). Il Comando, però, sottovaluta l’importanza dei collegamenti in quei particolari e difficili frangenti, mettendo il Battaglione “Sette Comuni” in grande difficoltà e isolandolo, ma fortunatamente gli austriaci non ne approfittarono, anzi si ritirarono. Da qui la partenza per la conquista di Cima Campanella e Caldiera. L’alpino “Bepe” partecipò ai primi assalti contro l’Ortigara, tristemente noto a tutti gli alpini. Il massiccio faceva parte di un sistema difensivo austriaco composto da trincee in cemento armato e nidi di mitragliatrice in bunker: a difenderlo vi erano il 20° Btg. Feldjäger e la 6ª Divisione Grenz, successivamente venne impiegata anche la 73ª Divisione da montagna, unità d’élite. Il sistema difensivo austriaco, proprio per la cura delle posizioni e delle fortificazioni, venne denominato “Corpo di Ferro”. L’ecatombe dell’Ortigara per l’alpino Bepe iniziò il 29 giugno 1916 con violenti attacchi alla baionetta sul dorsale dell’Ortigara: i morti furono numerosi. Gli austriaci in questi attacchi, secondo fonti ufficiali, impiegarono quasi 200 tonnellate di colpi da fucile e mitragliatrice. La sera del 29 giugno il Battaglione “Sette Comuni” aveva ancora solo 200 uomini, tra questi superstiti vi era l’alpino Giuseppe Borgo. Il “Sette Comuni” fu allora integrato in un’unica compagnia, la 145ª, unitamente ai superstiti dei Btg. “Val Moira” e Btg. dell’Argentara. La nuova compagnia ritentò nel mattino del 3 luglio un nuovo assalto verso l’Ortigara, ma anche questa volta gli alpini vennero decimati; rimasero nei pochi metri conquistati fino alla sera del 5 luglio, quando il Comando diede l’ordine di rientrare. Quando arrivarono i nuovi rincalzi le giovani reclute rimasero terrorizzate da quello che videro: centinaia di corpi senza vita che erano diventati tutt’uno con la montagna. I “veci” cercano di rincuorare i “bocia”. Tra quei vecchi vi era l’alpino Bepe, risparmiato dal destino ma ormai consapevole, come tutti gli altri di dover continuare a convivere con la morte ogni giorno. Tra il 6 e il 10 luglio vennero infatti riprese le operazioni per la conquista dell’Ortigara, ma senza successo. La sera del 17 luglio il Battaglione “Sette Comuni” fu inviato sul Caldiera per poi giungere successivamente a malga Fossetta. Anche in quella occasione furono parecchi a morire: non solo i “veci” ma anche tanti “bocia”. I superstiti ricomposero le fila con i nuovi arrivati e riuscirono anche a formare una sezione di mitragliatrici con le Schwarzlose prese agli austriaci. Dapprima il Btg. “Sette Comuni” venne inviato a rafforzare le trincee di Monte Palo, poi il 10 ottobre ricevette l’ordine portarsi a Malga Fossetta. Gli alpini sapevano che si ritornava sull’Ortigara. Qui si radunarono con il Btg. alpini “Verona”, “Bassano”, “Monte Baldo” e con il 9° Gruppo alpini del colonnello Stringa. Venne detto loro che bisognava prendere la dorsale dell’Ortigara, per arrivare a Cima Portule prima dell’inverno. Il nuovo attacco fu denominato Operazione K: le azioni d’attacco furono programmate per il 10 novembre, ma arrivò la neve che in un solo giorno cadde per circa un metro e mezzo, quindi l’Operazione K saltò. Il Btg. “Sette Comuni” venne inviato di nuovo sul Monte Palo, e poi il 14.03.1917 a Crespano del Grappa per due mesi di riposo, dopo aver effettuato un turno di 67 giorni di trincea. In quel periodo molti soldati, specialmente i veterani, usufruirono di alcuni permessi per recarsi a casa e presumo che anche l’alpino Giuseppe abbia avuto questo permesso, in quanto, se non ricordo male, mi parlò di una licenza e di quanto pianse quando rivide i figli. Rammento anche che mi diceva di sentirsi quasi in colpa, ripensando ai suoi amici che non avevano avuto questa fortuna, perché erano morti. Al rientro in reparto, l’11 maggio, gli alpini ricevettero l’ordine di ritornare a Cima Caldiera. Posso solo immaginare il sentimento che provarono a tale notizia: il Comando generale d’Armata aveva infatti impartito l’ordine che l’Ortigara si doveva conquistare a ogni costo, per poi prendere il M. Capitoletti e passare infine alla conquista di Cima Portule. Bisognava di nuovo attraversare il passo dell’Agnella, travolgere gli austriaci prima a quota 2101 e poi arrivare all’ Ortigara quota 2105. Solo 4 metri di differenza, ma quei quattro metri diventarono la tomba di migliaia di alpini e soldati austriaci. La battaglia iniziò il 10.06.1917: il Btg. “Sette Comuni” scese dalle trincee di Cima Caldiera, alla sua sinistra vi era il Btg. “Verona” e alla sua destra il Btg. “Bassano”. Alle 6 iniziò il bombardamento delle artiglierie e alle 15 terminò. Il grido “Savoia” rimbombò nella valle dell’Agnelizza: toccò alla 1ª Compagnia del Btg. “Sette Comuni” uscire per prima dalla trincea e poi alla 94ª comandata dal tenente Cecchin che, come l’alpino Borgo Giuseppe, era sopravvissuto alla prima offensiva dell’Ortigara. Infine fu la volta della 144ª comandata dal tenente Concato. Si resero subito conto che era tutto inutile, perché l’artiglieria non era riuscita a creare dei varchi nei reticolati: gli italiani ad uno ad uno venivano colpiti dalle Schwarzlose. In uno di quegli attacchi cadde il suo amico di Brescia e il dolore che provò “Bepe” nel ricordare il fatto era dovuto soprattutto alla mancata promessa che aveva fatto al suo compagno: riportarlo a casa, anche da morto. Quel dolore penso che l’abbia tenuto nel cuore fino alla fine dei suoi giorni. Ma per l’alpino di Zugliano la mattanza dell’Ortigara non era finita. Continuò ancora per molti altri giorni a vedere morire i suoi amici veterani, e anche molte reclute della classe 1898: giovani che sapevano appena appena tenere in mano un fucile, che non erano pronti certo a morire. Finalmente il 19 giugno gli alpini, solo poche centinaia, penetrano nelle trincee di quota 2105. Forse tra loro c’era anche Giuseppe. Ma gli austriaci non lasciarono loro il tempo di gioire per la tanto agognata conquista, perché le artiglierie iniziarono un duro e pesante bombardamento. Nella giornata del 19 cadde colpito da una scheggia il tenente Cecchin che, pur ferito, scelse di rimanere accanto ai suoi uomini. Morì tre giorni dopo ad Enego. Il 21-22 giugno il Btg. “Sette Comuni” venne rilevato dal Btg. “Bassano”. Il 24-25 giugno gli austriaci attaccarono con l’artiglieria e i gas asfissianti. Gli alpini del “Bassano” persero definitivamente quota 2105 e quota 2101 e furono respinti sulla linea d’inizio dell’offensiva (Cima Caldiera). L’alpino Borgo Giuseppe poté raccontare alla sua famiglia di essere uno dei pochi sopravvissuti, ma ho sempre creduto che una parte di lui sia morta assieme ai suoi amici sull’Ortigara. Chi l’ha conosciuto ricorda ancora che tutte le volte che parlava dell’Ortigara aveva il viso ricoperto di lacrime. Tornando alle sue vicende belliche, il 18.03.1918 venne trasferito alla Compagnia speciale Lanciatorpedini con il grado di caporale, per ritornare di nuovo al “Sette Comuni” il 13.06.1918 e partecipare all’offensiva finale contro gli austriaci prima sul Montello, poi sul Grappa e infine sul Piave tra Pederobba e Valdobbiadene. Il Btg. “Sette Comuni” ottenne, nel corso del conflitto: 1 Medaglia D’Argento; 1 Medaglia d’Oro V. M. individuale al tenente Cecchin Giovanni - Monte Ortigara 10-19 giugno 1917; 61 Medaglie d’Argento V. M. individuali; 88 Medaglie di Bronzo V. M. individuali. Quanto a “nonno Bepe” conquistò non solo una medaglia al valore, ma anche una promozione per merito di guerra. Successivamente, grazie alle ricerche effettuate dal figlio Aldo, il 31/05/1971 lo Stato italiano gli conferì l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto. Partito in guerra all’età di 28 anni, era ritornato definitivamente a casa il 7 aprile 1919 con il congedo della 52ª Divisione - 9° Gruppo alpini - Battaglione “Sette Comuni”, all’età di 32 anni. Voglio ringraziare mia moglie Daniela per il suoi aiuto non solo morale, Giuseppe Borgo e la moglie Fernanda e il mio caro amico scrittore Luca Valente.