ANDREAS HOFER “TRENTINO”: UN ANTESIGNANO DELL’AUTONOMIA E DELL’INTEGRAZIONE INTERETNICA di Bortolo Bertanza Ancora una volta “Mermores” ha colto nel segno. In molti hanno infatti risposto all’invito dell’Associazione storico culturale alense che ha proposto e curato l’iniziativa in collaborazione con l’amministrazione comunale e la biblioteca civica. Era affollata la sala dei concerti di palazzo Pizzini per la serata di presentazione del libro Andreas Hofer “Trentino”, curato dallo storico e ricercatore Graziano Riccadonna, insegnante presso il Liceo Maffei di Riva del Garda. Fra il pubblico, particolarmente attento, segno del rinnovato interesse attorno alla figura e agli ideali del comandante della sollevazione dell’ “anno Nove”, anche l’assessore provinciale alle attività culturali, ai rapporti europei e cooperazione, Franco Panizza, il sindaco Giuliana Tomasoni, il vicesindaco di Avio, Federico Secchi e il rappresentante del Museo della Guerra, Alessio Less. Come ha ricordato il presidente di Memores, Massimiliano Baroni - che del volume ha firmato il breve saggio sul movimentato passaggio di Andreas Hofer da Ala e sul suo gesto eroico nei confronti dei suoi carcerieri colpiti dalle esalazioni di monossido di carbonio e salvati da morte certa - la presentazione del libro ad Ala e a palazzo Pizzini, vista l’indisponibilità di palazzo Taddei, non è stata casuale. A palazzo Taddei (oggi in fase di ristrutturazione e restauro per ospitare il Museo provinciale del tessuto) Andreas Hofer ha trascorso la sua ultima notte in Tirolo (2 febbraio 1810) durante il viaggio in catene verso la fucilazione nella fortezza di Mantova, mentre palazzo Pizzini nel 1809 (in piena rivolta) ha ospitato, come ricordano le cronache di monsignor Dalponte, alcune compagnie Schuetzen del basso Tirolo. Una pubblicazione, resa possibile grazie alla Provincia Autonoma di Trento (assessorato alla cultura), per far meglio conoscere gli ideali e le imprese dell’eroe tirolese che ha combattuto contro l’invasione congiunta di francesi e bavaresi con un sistema di autodifesa territoriale. Ma, soprattutto, per rileggere la storia e guardare al futuro, per scoprire nell’oste “barbon” della Passiria un antesignano dell’autonomia, della integrazione interetnica e di superamento dei blocchi linguistici e nazionali. Un’ iniziativa promossa nell'ambito delle celebrazioni per il secondo centenario della sollevazione hoferiana (1809- 2009), che Memores ha inserito nel suo ricco calendario e che segue di qualche settimana la visita al Museo di San Leonardo in Passiria. In attesa di poter celebrare l’anno prossimo anche ad Ala i 200 anni della morte del comandante della Passiria con la posa di una targa a palazzo Taddei e con l’impegno dell’amministrazione comunale a valorizzare e a mettere a disposizione del pubblico la sala dell’ultima notte hoferiana in terra tirolese. Nel libro vi sono moltissime notizie riguardanti la sua permanenza nell’ex Tirolo italiano: a Cles dove frequenta la scuola e lavora al servizio dell’azienda agricola De Miller e a Ballino di Fiavè, dove “el famei” trascorse alcuni anni della sua giovinezza nella storica locanda di Marco Zanini, uno dei capi della rivolta antinapoleonica nel Welschtirol, e dove imparò il mestiere dell’oste e di commerciante di cavalli e, soprattutto, la lingua italiana, quella parlata dalla gente in Trentino. All’omonimo passo alpino Andrea Hofer visse, infatti, fra il 1785 e il 1788, fino al compimento dei 21 anni. Il libro di 112 pagine è impreziosito dalle curiose fotografie dei luoghi dove Hofer ha trascorso la sua vita di combattente. L’autore ha saputo catturare l’attenzione dei presenti grazie anche all’ausilio di immagini video ed alla apprezzata lettura di alcune lettere e proclami di Andreas Hofer, fra cui quello (4 settembre 1809) indirizzato “ai dilettissimi tirolesi italiani”. Un libro, come ha ricordato l’assessore Panizza, di attualità, un'attualità che merita rispetto e, ancor prima merita di essere conosciuta, l’attualità dell’ “anno Nove”, duecento anni dopo... perché “camminare con Andreas Hofer non è un’operazione nostalgica, ma condivisione di un progetto umano, prima che politico e culturale, che aveva ed ha nella dignità e nella libertà dei popoli, contro oppressori che si celano dietro qualsiasi bandiera e colore, la sua prima ragione d’essere”.